Inizierà il 12 ottobre la nuova stagione de “La Storia infinita”, serie di divulgazione storica della RSI, scritta e condotta da Jonas Marti. L’abbiamo incontrato per farci raccontare il suo viaggio attraverso le epoche in Svizzera, in Europa e nel mondo. È stata anche l’occasione per riflettere sull’importanza di questo programma all’interno delle proposte del servizio pubblico.
Ma cosa ci svela la Storia? Sicuramente qualcosa di noi oggi, attraverso viaggi nel tempo che ci permettono di riconoscere la nostra civiltà. Un viaggio che pare traghettarci dal passato al futuro, per insegnarci da dove veniamo e forse mostrarci dove andiamo. In quest’ottica il lavoro svolto dal servizio pubblico è molto importante, perché attraverso le sue proposte - in questo caso specifico parliamo di memoria, trasmette i valori fondamentali che lo caratterizzano quali la vicinanza, la responsabilità e l’indipendenza, fondamentali anche per la nostra società.
Dove ci porterà Jonas Marti questa volta, nel tempo e sul mappamondo?
Partiremo dalla Svizzera italiana, ma ci accorgeremo presto che la sua storia è molto più grande dei suoi confini. Da qui sono passati eserciti, idee, rivoluzioni e persone arrivate da lontano che hanno cambiato le cose. Il mappamondo, insomma, ce l’abbiamo anche sotto casa. Inizieremo dal fascismo in Ticino, un capitolo scomodo che siamo abituati ad associare all’Italia, molto meno a casa nostra. Poi scopriremo le meraviglie del nostro territorio: opere d’arte e luoghi sorprendenti davanti ai quali passiamo ogni giorno, senza immaginare quali storie custodiscano. Le invasioni barbariche, raccontate dalla prospettiva svizzera, ci porteranno in un mondo che crolla e si reinventa. Ci chiederemo chi fossero davvero quei «barbari» e che cosa ci abbiano lasciato. Entreremo poi nelle case della civiltà contadina, tra la durezza della vita quotidiana e l’ingegno di chi doveva ricavare moltissimo da pochissimo. E lo faremo con una domanda in testa: che cosa può insegnarci oggi quel mondo apparentemente così lontano? Con Napoleone vedremo come le grandi rivoluzioni europee abbiano cambiato il destino delle nostre valli e racconteremo il suo ruolo decisivo nella nascita del Cantone Ticino. Infine, le utopie: dal Monte Verità alle scelte radicali di chi ha sfidato le convenzioni, scopriremo un Ticino che non è stato soltanto custode di tradizioni, ma anche un luogo dove sperimentare altri modi di vivere.
È questo che mi interessa: partire da ciò che crediamo di conoscere e scoprire che, dentro una storia vicina, c’è un mondo intero.
A guardare le tue puntate si rimane incantati, altro che lezioni di storia. Come costruisci ogni episodio? Come immagini una stagione? Quanto studio e quante esplorazioni?
Ogni puntata comincia da una domanda: perché vale la pena raccontare questa storia oggi? Da lì partono la ricerca, le letture, il confronto con gli specialisti, i sopralluoghi. Sono mesi di lavoro, durante i quali devo trovare un filo capace di tenere insieme il rigore dei contenuti e il piacere della scoperta.
Andare sul posto è fondamentale: le distanze, le dimensioni, la conformazione di un paesaggio ti fanno capire cose che sulla pagina possono sfuggire. Quando immagino una stagione cerco anche un equilibrio: voglio che ogni puntata abbia una propria personalità, che offra un’esperienza diversa.
Poi c’è il confronto con la realtà. La televisione ha molti limiti: il tempo a disposizione, le risorse, i luoghi accessibili, le immagini che esistono e quelle che mancano. Il passato, oltretutto, ha il piccolo inconveniente di non essere più disponibile per le riprese.
Una parte fondamentale del mio lavoro è proprio trasformare questi limiti in opportunità. Se qualcosa non si può mostrare direttamente, devo trovare il modo di farlo capire, immaginare, sentire. Può bastare un dettaglio, un oggetto, una traccia nel paesaggio, purché siano quelli giusti. A volte è proprio un vincolo a costringerti a trovare l’idea migliore. Questo lavoro attraversa tutto il processo, dalla scrittura al montaggio: scegliere che cosa raccontare significa anche capire come riusciremo a raccontarlo.
A che pubblico si rivolge «La storia infinita»?
Il requisito d’ingresso è la curiosità. Non facciamo l’esame sulle date prima della sigla.
Quando scrivo penso soprattutto a una persona che magari non sceglierebbe spontaneamente un programma di storia, ma che può appassionarsi a una vicenda umana, a un mistero, a un luogo. Poi voglio che anche chi conosce bene l’argomento trovi qualcosa: una connessione, un’immagine, una prospettiva diversa.
Mi piace l’idea che le puntate si possano guardare insieme, fra generazioni. Un ragazzo può scoprire un mondo che non immaginava, una persona più anziana può riconoscervi qualcosa della propria vita. Il lavoro sta nel rendere accessibile il racconto conservando la complessità delle cose. La chiarezza richiede parecchio studio.
Sembra una domanda banale, ma perché la storia, oggi, è più importante che mai?
Prima di tutto perché è bella e divertente. È piena di vite incredibili, avventure, colpi di scena, idee geniali e assurdità che nessuno sceneggiatore oserebbe inventare. Il piacere di scoprire tutto questo mi sembra già un’ottima ragione per occuparsene.
Poi perché ci rimette un po’ al nostro posto. Tendiamo a sentirci invincibili, padroni del mondo, mentre siamo soltanto gli ultimi arrivati in una storia lunghissima. Siamo entrati da cinque minuti e ci comportiamo già come se avessimo costruito tutto noi.
Rendercene conto dovrebbe darci anche un senso di responsabilità. Abbiamo ricevuto un mondo fatto di conquiste, conoscenze, bellezza, ma anche di ferite ed errori. Tocca a noi raccogliere il meglio di questa eredità e provare a consegnare a chi verrà qualcosa di migliore. Lo so, sembrano belle parole. La difficoltà è prenderle sul serio.
E la storia ci dà anche la forza di farlo. Prima di noi tante generazioni hanno attraversato guerre, fame, epoche che sembravano senza via d’uscita. Eppure c’è stato chi ha resistito, ricostruito, trovato il coraggio di ricominciare. Conoscere quelle esperienze aiuta a guardare le difficoltà con una prospettiva diversa, a capire che vale la pena fare la propria parte anche quando i risultati sembrano lontani. In fondo, molto di ciò che oggi abbiamo esiste perché qualcuno prima di noi ha continuato a provarci.
Da chi prendi ispirazione per il tuo lavoro? C’è qualcuno che ti ha fatto dire: voglio raccontare la storia, voglio raccontarla così?
Mi interessa molto l’incontro fra la grande divulgazione e il cinema. Nei divulgatori cerco quella capacità di accompagnarti dentro un argomento difficile facendoti sentire parte della scoperta. È una forma di generosità verso il pubblico: avere studiato abbastanza da poter essere chiari.
Dal cinema arriva l’attenzione al ritmo, alle immagini, all’attesa, alla possibilità di far percepire qualcosa prima ancora di spiegarlo. Una rovina ripresa in un certo modo può far intuire la potenza che aveva un edificio. Poi arrivano le parole, le informazioni, il contesto.
È in quell’incontro che cerco la mia voce. Mi piace una televisione nella quale il piacere di guardare e quello di capire si alimentano a vicenda. Con una regola: l’emozione deve poggiare su una ricerca solida. Una bella inquadratura, purtroppo, non vale come fonte.
Quanto conta il lavoro di gruppo? Il volto e la mente sei tu, ma chi sta dietro le quinte?
Conta moltissimo. Io porto l’idea, la ricerca e la scrittura e tengo le fila del programma fino al montaggio, coordinando ogni fase di una produzione che richiede mesi di lavoro a ritmi serrati per portare in prima serata oltre sei ore di televisione. Ma è nel confronto con gli altri, con i loro sguardi e le loro competenze, che tutto questo prende davvero forma.
Insieme a Fabio Pellegrinelli, il regista, cerchiamo di costruire il racconto televisivo, di trovare il modo di mettere in scena le idee e dare ritmo e forza alle sequenze. Giona Pellegrini, il direttore della fotografia, ha invece un ruolo fondamentale nel modo in cui guardiamo i luoghi: attraverso la luce e le inquadrature, un paesaggio diventa parte della storia.
E poi ci sono le riprese aeree, il suono, le voci, la sonorizzazione, la produzione, tutto il lavoro necessario per rendere possibile quello che abbiamo immaginato. Una delle soddisfazioni più grandi è quando un’idea torna dal confronto con gli altri più forte di come l’avevo pensata inizialmente.
Parlando della quinta stagione, che cosa ti ha emozionato di più?
Il rapporto con il mondo della civiltà contadina. Per molti è ancora la storia dei genitori o dei nonni, eppure basta entrarci davvero per capire quanto siano cambiate le nostre vite.
Mi colpisce la quantità di intelligenza necessaria per vivere con pochissimo: conoscere i materiali, riparare, adattarsi alle stagioni, trovare una funzione anche a ciò che oggi scarteremmo. Dietro quei gesti c’erano competenze enormi, ma anche una durezza dell’esistenza che dobbiamo tenere presente. Arrivare alla primavera poteva essere un problema molto concreto.
È questo intreccio che mi emoziona: la capacità umana di costruire una vita dentro possibilità strettissime. E mi interessa la domanda che quel mondo ci lascia. Quali conoscenze abbiamo perso lungo la strada? Quali potrebbero tornarci utili? Il passato, ogni tanto, ha qualcosa da suggerire anche al futuro.
La tua storia è infinita perché c’è sempre qualcosa da aggiungere, passando dal macro al micro, oppure perché continua nel futuro? Oppure c’è lo zampino di Michael Ende?
La storia è infinita perché possiamo continuare a interrogarla: emergono nuove fonti, cambiano le domande, ci accorgiamo di persone e vicende che prima erano rimaste ai margini. E basta cambiare scala, entrare in un villaggio o nella vita di una persona, per vedere diversamente anche una grande vicenda europea.
Ma è infinita anche perché continua ad agire. Il passato è dentro le lingue che parliamo, i confini che attraversiamo, le idee che ci sembrano ovvie. Noi viviamo nelle conseguenze delle scelte di chi ci ha preceduto e, a nostra volta, stiamo preparando il mondo di chi verrà. È questo legame fra passato, presente e futuro che mi interessa raccontare.
Le puntate della quinta stagione
Ogni lunedì alle 20.40 su RSI LA1, dal 12 ottobre 2026.
- 12 ottobre — Ticino fascista
La storia che non ci hanno mai raccontato - 19 ottobre — Meraviglie nascoste
Il Ticino come non lo abbiamo mai guardato - 26 ottobre — Siamo tutti barbari
La fine di Roma, l’inizio della Svizzera - 2 novembre — La vita segreta dei contadini
E se il nostro passato fosse il futuro? - 9 novembre — Napoleone
L’uomo che ha creato il Ticino - 16 novembre — La terra dei sogni
Il Ticino delle utopie